Raccontiamola giusta

Fatti, dati e cifre sulle persone con disabilità in Italia

Raccontiamola giusta - Fatti, dati e cifre sulle persone con disabilità in ItaliaAccade spesso che circolino, su quotidiani e telegiornali, molte affermazioni sulle persone con disabilità e sulle loro condizioni, non corrispondenti al vero, spesso deformate, talvolta usate strumentalmente. Questo non aiuta a comprendere un fenomeno dalle complesse sfaccettature. Anzi: spesso contribuisce al formarsi di luoghi comuni e al radicarsi di pregiudizi.

Con l’iniziativa “Raccontiamola giusta!”, la FISH, Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, si rivolge innanzitutto ai professionisti dell’informazione che hanno l’onere di informare basandosi su dati e fatti verificati e autorevoli.

Raccontiamola giusta!” è l’elenco – asettico e senza commenti – di cifre e fatti – verificabili e tratti da fonti istituzionali – che meglio di altri possono descrivere il fenomeno della disabilità in Italia e consentire la formulazione di informazioni corrette.

È anche uno strumento per le associazioni che vogliono diffondere dati e cifre oggettive, e per chiunque desideri sapere di più sulle persone con disabilità, i loro bisogni, i loro diritti.

Per la diffusione FISH ha pensato a varie modalità. Oltre alla pubblicazione su questo sito, “Raccontiamola giusta!” è stato diffuso anche tramite posta elettronica alla propria rete di associazioni. Il pieghevole è inoltre a disposizione anche su carta in un maneggevole formato.

Che cosa ci si aspetta ora? Che quei contenuti vengano, oltre che letti, diffusi, pubblicati, usati. La FISH, infatti, concede una sorta di “liberatoria” a chiunque voglia riproporli, citando la fonte e la data di pubblicazione.

Ultimo aggiornamento: marzo 2013

Raccontiamola giusta

Fatti, dati e cifre
sulle persone con disabilità in Italia



… gli invalidi sono spesso, per quanto riguarda il reddito, i più poveri tra i poveri, nonostante il loro bisogno di denaro sia superiore a quello dei normodotati, dal momento che per cercare di condurre un’esistenza normale e di ovviare ai propri handicap, hanno bisogno di più soldi e di più assistenza.”
(Amartya Sen – Premio Nobel per l’Economia 1998 – L’idea di giustizia – Cap. XII)

 

POLITICHE SOCIALI

La riforma del Titolo V della Costituzione (artt. 114, 133) ha assegnato alle Regioni la competenza legislativa esclusiva in materia di politiche sociali, preservando allo Stato il compito di determinare “i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Si attende ormai dal 2000 (anno di approvazione della legge 328, di riforma dei servizi sociali) il provvedimento che definisca i livelli essenziali di assistenza sociale (Liveas), ossia quei livelli delle prestazioni in grado di garantire ai cittadini l’effettiva tutela dei diritti sociali e di contrastare le disuguaglianze territoriali.

Secondo i dati Eurostat del 2009, l’Italia spende per la disabilità 438 euro pro-capite annui, contro la media europea (UE a 27) di 531 euro; nel confronto con gli altri grandi Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Spagna), il dato italiano risulta superiore solo alla Spagna (395 euro annui procapite). Colpisce soprattutto la spesa destinata ai servizi rivolti alle persone con disabilità: solo 23 euro pro-capite annui, meno di un quinto della spesa media europea (125 euro) e pari a meno della metà del dato spagnolo (55 euro). (Fonte: Fondazione Serono, Censis 2012. “I Bisogni ignorati delle persone con disabilità”)

Nel 2009 i Comuni italiani hanno speso complessivamente per gli interventi e i servizi sociali quasi 7 miliardi di euro, di cui il 21,6% destinato alla disabilità. Tra le diverse ripartizioni geografiche, è il Sud a evidenziare la più bassa percentuale di spesa rivolta alle persone con disabilità sul totale della spesa sociale della ripartizione (16,3%) e a dichiarare la più bassa spesa pro-capite: 667 euro contro una media nazionale di 2.682 euro. (Fonte: Istat 2012, “Indagine censuaria sugli interventi e i servizi sociali dei Comuni singoli e associati. Anno 2009”)

A livello nazionale la spesa comunale per l’assistenza domiciliare rivolta alle persone con disabilità (211.201.622 euro) risulta inferiore a quella destinata alle strutture residenziali (256.926.187 euro), a cui si deve aggiungere la compartecipazione degli utenti e del SSN. La spesa media per utente con disabilità varia notevolmente in base alla tipologia di intervento: 3.469 euro annue per utente in assistenza domiciliare socio-assistenziale contro i 12.201 euro in struttura residenziale (al netto della compartecipazione degli utenti e del SSN). (Fonte: Istat 2012, “Indagine censuaria sugli interventi e i servizi sociali dei Comuni singoli e associati. Anno 2009”)

 

CARICO SULLE FAMIGLIE

Il modello di welfare italiano risulta ancora fondamentalmente assistenzialistico e di fatto incentrato sulla delega alle famiglie.

L’aiuto da parte di familiari è quello su cui le persone con limitazioni funzionali contano più spesso, sia in termini di parenti su cui fare affidamento in caso di bisogno (nell’83,1% dei casi), sia in termini di aiuto effettivamente fornito: il 55% delle persone con limitazioni funzionali riceve aiuti unicamente da familiari conviventi o non conviventi. Marginale è la quota di chi fruisce di aiuti da parte di assistenti domiciliari od operatori sociali, in via esclusiva (0,8%) o in combinazione con altri tipi di aiuto (1,8%). (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

Il 7,6% delle persone con limitazioni funzionali non ha aiuti ma ne avrebbe bisogno (in particolare, tra le persone con lievi limitazioni funzionali di 11-64 anni la quota sale al 20,1%) e ben il 31,2% ha aiuti ma afferma di averne ulteriore bisogno (valore che sale al 40% tra le persone con gravi limitazioni funzionali). (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

Ben oltre i due terzi delle persone con gravi limitazioni funzionali non fruisce affatto di assistenza sanitaria a domicilio (70,1%), valore che sale all’83,2% nella fascia di età 11-64 anni. (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

Considerando congiuntamente l’assistenza sanitaria domiciliare e gli aiuti per la vita quotidiana, emerge la presenza di una quota consistente di persone con limitazioni funzionali che non beneficia di nessun tipo di sostegno (16,9%). (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

Secondo l’ISTAT, in Italia sono più di 15 milioni (il 38,4% della popolazione tra i 15 e i 64 anni) gli uomini e le donne impegnati regolarmente nel lavoro di cura nei confronti di figli coabitanti di meno di 15 anni, altri bambini della stessa fascia di età e/o di adulti anziani, malati, con disabilità. (Fonte: Istat 2011, “La conciliazione tra lavoro e famiglia. Anno 2010”)

Le donne sono complessivamente più impegnate nel lavoro di cura rispetto agli uomini, sia in valore assoluto (8,4 milioni di donne contro 6,8 milioni di uomini), che in termini percentuali sulla popolazione di riferimento (il 42,3% delle donne contro il 34,5% degli uomini) e anche per questo risulta più bassa la loro partecipazione al mercato del lavoro. (Fonte: Istat 2011, “La conciliazione tra lavoro e famiglia. Anno 2010”)

La mancanza di servizi di supporto nelle attività di cura rappresenta un ostacolo per il lavoro a tempo pieno di 204 mila donne occupate part time (il 14,4%) e per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489 mila donne non occupate (l’11,6%). (Fonte: Istat 2011, “La conciliazione tra lavoro e famiglia. Anno 2010”)

Tra le donne che hanno cura di anziani o adulti non autosufficienti, il 22% riferisce di lavorare part time proprio perché i servizi e le strutture per la cura di adulti non autonomi sono assenti o inadeguati, e per lo stesso motivo il 15,5% dichiara la propria impossibilità a lavorare. L’inadeguatezza dei servizi di cura viene fatta risalire soprattutto ai costi troppo elevati e all’assenza nella zona di residenza. (Fonte: Istat 2011, “La conciliazione tra lavoro e famiglia. Anno 2010”)

Nelle stime di qualificare.info, la spesa delle famiglie per il lavoro di cura privato (colf e badanti), nel 2009, è stata pari a 9,8 miliardi di euro, a fronte dei quasi 7 miliardi di euro dell’intera spesa sociale dei Comuni singoli e associati registrata nello stesso anno.

 

POVERTÀ E IMPOVERIMENTO

Secondo l’ISTAT, l’11,1% delle famiglie è relativamente povero (per un totale di 8 milioni 173 mila persone) e il 5,2% lo è in termini assoluti (3 milioni 415 mila persone). La soglia di povertà relativa, per una famiglia di due componenti, è individuata in 1.011,03 euro. (Fonte: Istat 2012, “La povertà in Italia. Anno 2011”)

La presenza di una persona con disabilità nel nucleo familiare può essere una delle principali cause di impoverimento (assenza di lavoro, sovraccarico assistenziale per la famiglia, costi sociosanitari, riflessi negativi sulla carriera lavorativa dei familiari).

Il 23,4% delle famiglie con almeno una persona con disabilità è a rischio di povertà, a fronte del 18,4% delle famiglie senza membri con disabilità. Al Sud e nelle Isole il rischio di povertà delle famiglie con componenti disabili aumenta: è pari al 36,2% contro il 18% del Centro e il 16% del Nord. (Fonte: Istat 2009, “Indagine sulle condizioni di vita EU-SILC”)

Il 39,9% delle famiglie con almeno una persona con disabilità dichiara di non riuscire ad affrontare una spesa imprevista (valore che sale al 53,1% nel Sud e nelle Isole), contro il 28,1% delle famiglie senza membri disabili. Allo stesso modo, il 29,7% delle famiglie con componenti con disabilità dichiara di essere riuscita a risparmiare (è il 21,1% nel Sud e nelle Isole), a fronte del 36,5% delle famiglie senza membri disabili. (Fonte: Istat 2009, “Indagine sulle condizioni di vita EU-SILC”)

 

LAVORO

La presenza di limitazioni funzionali ha un forte impatto sull’esclusione dal mondo lavorativo: solo il 16% (circa 300 mila individui) delle persone con limitazioni funzionali di 15-74 anni lavora, contro il 49,9% del totale della popolazione. Il 72% degli occupati con limitazioni funzionali sono uomini. (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

Solo l’11% delle persone con limitazioni funzionali che lavorano ha trovato occupazione attraverso un Centro pubblico per l’impiego. Rispetto alla popolazione residente in Italia, le persone con limitazioni funzionali hanno in misura più elevata un lavoro a tempo parziale (il 28,3% contro il 15,2%). (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

Le persone con limitazioni funzionali che sono inattive rappresentano una quota quasi doppia rispetto a quella osservata nell’intera popolazione (l’81,2% contro il 45,4%). La percentuale di chi non è mai entrato nel mercato del lavoro e non cerca di entrarvi (250 mila persone, per la quasi totalità donne) è molto più elevata tra chi ha limitazioni funzionali gravi (il 18,5% contro l’8,8% di chi ha limitazioni funzionali lievi). (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

Il mercato del lavoro italiano risulta deficitario non solo nella capacità di includere, ma anche di garantire il mantenimento del posto di lavoro. Meno di una persona con Sindrome di Down su 3 lavora dopo i 24 anni, e il dato scende al 10% tra le persone con autismo con più di 20 anni. Meno della metà delle persone con Sclerosi Multipla tra i 45 e i 54 anni è occupata (49,5%), a fronte del 12,9% di disoccupati e del 23,5% di pensionati. (Fonte: Fondazione Serono, Censis 2012. “I Bisogni ignorati delle persone con disabilità”)

Osservando l’andamento delle tipologie contrattuali utilizzate per l’assunzione dei lavoratori con disabilità si assiste a un processo di progressiva precarizzazione. A partire dal 2006 i rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono passati dal 51,6% del totale all’attuale 40%, mentre quelli a tempo determinato hanno seguito un andamento speculare, passando dal 41,6% al 52,3%. (Fonte: Isfol 2012, “Sesta relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 12 marzo 1999, n. 68 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”. Anni 2010-2011”)

 

SCUOLA

Nonostante la presenza di una legislazione avanzata in termini di inclusione scolastica, le risorse dedicate alle attività di sostegno e integrazione degli alunni con disabilità nella scuola ordinaria risultano spesso inadeguate. Nell’anno scolastico 2011-2012 circa il 9% delle famiglie con alunni con disabilità ha presentato ricorso al Tribunale civile o amministrativo per ottenere un aumento delle ore di sostegno. (Fonte: Istat 2013, “L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado statali e non statali. Anno scolastico 2011-2012”)

Nel Mezzogiorno gli alunni con disabilità risultano più svantaggiati. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado la quota di famiglie meridionali che ha fatto ricorso per le ore di sostegno è circa il doppio rispetto a quella del Nord (nella scuola primaria rispettivamente 12,7% e 6%; nella scuola secondaria di primo grado rispettivamente 11,5% e 4,3%). (Fonte: Istat 2013, “L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado statali e non statali. Anno scolastico 2011-2012”)

Al fine della realizzazione del progetto individuale è molto importante garantire la continuità del rapporto tra insegnante di sostegno e alunno con disabilità. Rispetto all’anno scolastico precedente hanno cambiato insegnante di sostegno il 41,7% degli alunni con disabilità della scuola primaria e il 39,3% di quelli della scuola secondaria di primo grado. (Fonte: Istat 2013, “L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado statali e non statali. Anno scolastico 2011-2012”)

Il supporto didattico fornito dall’insegnante di sostegno dovrebbe essere accompagnato dalla presenza di figure professionali che supportino la socializzazione e l’autonomia del singolo. Gli alunni con disabilità totalmente non autonomi ricevono al Nord un numero medio di ore settimanali di assistenza educativa culturale o ad personam (AEC) circa doppio rispetto a quello registrato nel Mezzogiorno (nella scuola primaria rispettivamente 12,3% e 5,1%; nella scuola secondaria di primo grado rispettivamente 13,2% e 5,5%). (Fonte: Istat 2013, “L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado statali e non statali. Anno scolastico 2011-2012”)

Il processo d’inclusione scolastica dovrebbe prevedere una completa partecipazione dell’alunno con disabilità a tutte le attività della classe, anche se tale partecipazione potrebbe implicare a volte una maggiore complessità organizzativa. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado quasi la metà degli alunni con disabilità non partecipa alle attività extrascolastiche organizzate dalla scuola, e tale fenomeno assume una maggiore consistenza nel Mezzogiorno. (Fonte: Istat 2013, “L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado statali e non statali. Anno scolastico 2011-2012”)

 

TEMPO LIBERO

Secondo l’Istat, nel corso di un anno il 12,2% delle persone con disabilità sopra i 14 anni è andato al cinema, a teatro o a vedere qualche spettacolo, rispetto al 25,3% delle persone senza disabilità. (Fonte: Istat, “Aspetti della vita quotidiana. Anno 2010”)

Complessivamente, le persone con disabilità che si dichiarano per nulla soddisfatte rispetto alla fruizione del proprio tempo libero sono l’11,3%, contro il 5,1% delle persone senza disabilità; in particolare sono le donne con disabilità a ritenersi meno soddisfatte (il 13,5% contro l’8,5% degli uomini con disabilità). (Fonte: Istat, “Aspetti della vita quotidiana. Anno 2010”)

Il 15,7% di chi ha limitazioni funzionali (circa 522 mila persone) riferisce che, oltre a problemi di salute, anche la mancanza di assistenza da parte di una persona ostacola la possibilità di fare viaggi, l’11,5% di svolgere attività del tempo libero (circa 441 mila persone) e l’8,7% di utilizzare internet quanto si vorrebbe (circa 329 mila persone). (Fonte: Istat 2012, “Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell’autonomia personale. Anno 2011”)

 

DISABILITÀ E INVALIDITÀ

Le persone con disabilità includono quanti “hanno minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono impedire la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianza con gli altri.” (Fonte: Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 3 marzo 2009, n. 18)

Non esiste in Italia una modalità unificata di valutazione della disabilità come invece prevedrebbe la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità (2006). Questo comporta che i Cittadini con menomazioni siano sottoposti a una pletora di visite.

Possono essere accertate: l’invalidità, l’handicap, la disabilità ai fini lavorativi, la condizione di alunno con handicap, la non autosufficienza. Ognuna delle condizioni, che danno diritto a prestazioni e diritti diversi, può essere rivista più volte. L’idoneità alla guida e le valutazioni per la concessione di ausili e protesi sono oggetto di ulteriori valutazioni.

La pluralità delle valutazioni previste nell’ambito della disabilità coinvolge un numero molto elevato di medici, trattandosi quasi esclusivamente di visite collegiali.

L’invalidità civile è un concetto più ristretto e datato di quello di disabilità. La definizione risale agli Anni ’70: è la difficoltà a svolgere alcune funzioni tipiche della vita quotidiana o di relazione a causa di una menomazione o di un deficit fisico, psichico o intellettivo, della vista o dell’udito. L’invalidità è “civile” quando non deriva da cause di servizio, di guerra, di lavoro. In linea generale l’invalidità civile viene definita in percentuale nel caso in cui l’interessato sia maggiorenne.

33% è la percentuale minima per essere considerati invalidi civili. Il 74% è però il minimo per contare su una qualche provvidenza economica.

Il riconoscimento dell’invalidità civile viene effettuato da una Commissione di accertamento presso l’ASL. Per valutare la sussistenza e la percentuale di invalidità, la Commissione applica le tabelle contenute in un Decreto del Ministero della Sanità del 1992. A ogni patologia o menomazione corrisponde una percentuale fissa o variabile di invalidità.

La Commissione di accertamento dell’invalidità è composta da un medico specialista in medicina legale (presidente) e da due medici, di cui uno scelto prioritariamente tra gli specialisti in medicina del lavoro, più un medico in rappresentanza delle associazioni di categoria. Dal 1° gennaio 2010, la Commissione dovrebbe essere integrata da un medico Inps quale componente effettivo, ma al 1 gennaio 2012 la sua presenza risulta garantita solo nel 37,7% dei casi. (Fonte: Corte dei Conti, Determinazione 91/2012)

Tutti i verbali di invalidità civile emessi dalle Commissioni ASL vengono controllati e validati dalle Commissioni di verifica dell’Inps. La Commissione di verifica può anche riconvocare a visita l’interessato. Questo doppio controllo esiste da oltre vent’anni.

Fra la presentazione della domanda di accertamento e l’erogazione delle provvidenze economiche trascorrono in media di 278 giorni per l’invalidità civile, 325 giorni per la cecità civile e 344 giorni per la sordità. (Fonte: Corte dei Conti, Determinazione 91/2012, pagina 66)

Dal 2005 è stata soppressa l’opportunità di presentare ricorso amministrativo contro i verbali di invalidità. È ammessa solo la possibilità di ricorso davanti al giudice, con costi e oneri evidenti. Dal 2012 il ricorso non può essere presentato se prima non viene effettuato un accertamento tecnico preventivo, sempre transitando attraverso il Tribunale. Questa nuova procedura scoraggia e rende più onerosi i ricorsi da parte dei Cittadini.

325.926 sono le cause civili pendenti in materia di invalidità (Fonte: Corte dei Conti, Determinazione 91/2012), per un giro d’affari stimato – per legali, periti e patronati – di circa 2 miliardi di euro.

 

SOLDI PER GLI INVALIDI

2.733.970 erano, a inizio 2012, le prestazioni assistenziali (assegni, pensioni e indennità) erogate agli invalidi civili, ciechi civili e sordi prelinguali. (Fonte: Bilancio sociale Inps 2011, pagina 97). Il numero degli invalidi è inferiore a quello delle prestazioni, in quanto alcuni di essi possono essere titolari di due prestazioni (indennità+pensione).

Nel 2011 il numero delle prestazioni agli invalidi civili e la relativa spesa sono diminuite rispetto all’anno precedente (-2,5%). (Fonte: Rapporto annuale Inps 2011, pagina 97)

16,2 miliardi di euro è la spesa 2011 per le prestazioni economiche agli invalidi civili. Di questa somma circa 12,7 miliardi sono la spesa per indennità di accompagnamento. La spesa assistenziale per le invalidità civili rappresenta circa l’uno per cento del PIL.

275,87 euro mensili (nel 2013) è l’importo dell’assegno mensile di assistenza che è riconosciuto agli invalidi civili parziali (dal 74% al 99% di invalidità accertata) di età compresa fra i 18 e i 65 anni. Per ottenere l’assegno bisogna risultare inoccupati e iscritti alle liste di collocamento e non superare il limite reddituale annuo di 4.738,63 euro lordi.

275,87 euro mensili (nel 2013) è l’importo della pensione agli invalidi civili al 100%. Il limite reddituale lordo annuo è di 16.127,30 euro lordi.

9,82 euro al giorno è la cifra percepita dai titolari pensione o assegno mensile di assistenza.

L’indennità di accompagnamento è una provvidenza assistenziale introdotta nel 1980 a favore degli invalidi civili totali che non sono in grado di deambulare autonomamente o senza l’aiuto di un accompagnatore o non sono in grado di svolgere autonomamente gli atti quotidiani della vita. Fra le condizioni di esclusione: essere ricoverati in istituto a carico dello Stato o degli Enti locali.

499,27 euro mensili per 12 mensilità è l’attuale (2013) importo dell’indennità di accompagnamento.

1.892.245 erano i titolari di indennità di accompagnamento al 1 gennaio 2012 (Fonte: Bilancio sociale Inps 2011, pagina 97). Stime prudenziali basate su dati Inps e Istat indicano che due terzi dei fruitori dell’indennità di accompagnamento sono ultra65enni.

Ha più di 80 anni la metà delle persone disabili, in Italia. (Fonte: Istat 2010, “La disabilità in Italia”).

L’età media dei fruitori delle provvidenze per invalidità civile è di 69,3 anni. (Fonte: Rapporto annuale Inps 2011, pagina 99)

 

I “FALSI INVALIDI”

Dal 2009 al 2012 sono stati effettuati 800.000 controlli: il cosiddetto Piano contro i “falsi invalidi”. Lo ha disposto, con norme successive, lo stesso Parlamento. (Fonti: articolo 80, Legge 133/2008; articolo 20, Legge 102/09; articolo 10, Legge 122/2010)

Su interrogazione parlamentare scritta il Ministro del Lavoro, nell’ottobre del 2011, ha fornito alla Camera le informazioni sugli effetti dei controlli: nel 2009 sono state revocate, in seguito a 200.000 verifiche, 21.282 prestazioni (pensioni, assegni o indennità). Nel 2010, su circa 100.000 controlli, sono state revocate 9.801 provvidenze economiche. Il totale delle provvidenze revocate in due anni (300.000 controlli) è pari dunque a 31.083. Secondo i dati ministeriali, la percentuale delle prestazioni revocate sul totale è stata dell’11,6% nel 2009 e del 10% nel 2010. (Fonte: Ministero del Lavoro, ottobre 2011)

«Abbiamo revocato pensioni di invalidità per il 10%, per il 35% abbiamo modificato il giudizio sanitario. Per le revoche siamo in attesa di eventuali contenziosi». Lo dice, a fine settembre 2011, Mauro Nori, Direttore generale dell’Inps, il quale ritiene che la quota “definitiva” di “falsi invalidi” controllati sia pari al 4% poiché l’Inps soccombe in giudizio nel 60% dei casi. (Fonte: Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (Inps) per l’esercizio 2009, Corte dei Conti, Delibera 84/10, p. 104)

A seguito dei numerosi disagi e abusi segnalati dai Cittadini, a fine 2011 Camera e Senato hanno costituito una specifica Commissione di indagine per verificare l’andamento delle procedure di controllo dell’Inps.

Già nel corso del 2010 l’ordinaria attività dell’Inps rallenta. Gli stessi tempi di attesa per la convalida dei verbali “ordinari” di invalidità civile sono sempre molto lunghi. L’attività ordinaria è rallentata a causa dell’attività straordinaria. (Fonte: Determinazione 77/2011 della Corte dei Conti)

Inps è stata costretta a ricorrere sempre più a risorse esterne (medici, soprattutto, ma anche legali). Per medici “esterni” nel 2008 spendeva 3,2 milioni di euro; nel 2010 la spesa è salita a 9,3 milioni di euro e nel 2011 è balzata a 25,4 milioni di euro. (Fonte: Determinazione 91/2012 della Corte dei Conti, pagina 68)

Per inviare le 800.000 notifiche sono stati usati altrettanti fogli A4: messi in fila compongono una striscia di 232 chilometri; ordinati uno affianco all’altro fanno un rettangolo di 50.000 metri quadrati; 4 tonnellate di carta. Sono serviti 800.000 francobolli da 60 centesimi solo per spedire le convocazioni a visita (480.000 euro).

Nonostante i risultati esigui, il grave stigma nei confronti delle persone con disabilità, gli enormi disagi causati ai Cittadini e il sovraccarico all’Inps, la Legge di Stabilità 2013 ha disposto altri 450.000 controlli da svolgersi nel triennio 2013-2015. Alla fine del 2015 saranno state controllate in totale 1.250.000 posizioni. (Fonte: articolo 1, comma 109, Legge 228/2012)

Roma, marzo 2013

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