Sta vincendo la cultura dei luoghi speciali

25 Ottobre 2018

Nei tempi andati se li venivano a prendere a casa prima che ci si affezionasse troppo e, con modi spicci e piglio risolutivo, li rinchiudevano in un istituto da cui uscivano con i piedi davanti. Pochi i giri di parole: era per il loro bene, per proteggerli da se stessi e dagli altri.
Era l’unico esito possibile, l’unico accettato e praticabile in quei contesti. Si lasciava ai congiunti la pietosa convinzione che qualcuno, spesso con una rassicurante tonaca, si stesse prendendo amorevolmente cura del proprio caro. Nessuno avrebbe mai pronunciato quella parola: segregazione.
Sedimenti di quelle pratiche sopravvivono ancora: sarebbe ipocrita negarne l’irrefragabile evidenza. Prospera invece, non solo sopravvive, la redditizia convinzione che vi debbano essere luoghi speciali dove le persone fragili (le chiamano così) possano trovare adeguata e completa assistenza. Un luogo solo per loro, con adeguata coibentazione sociale.
E per sospingere le persone verso tali luoghi, tali strutture, si ricorre oggi alle tecniche di comunicazione più efficaci e più subdole, le medesime impiegate per mille altri prodotti, all’immagine ben costruita, alla leva sulle emozioni. Ché già pare ormai più apprezzato l’emozionarsi anziché, faticosamente, il ragionare.

Lo spot istituzionale della Fondazione Sacra Famiglia, che a breve andrà insistente sui circuiti di Mediaset, ne è un esempio da manuale.
Gli scorci sono quelli di un luogo amorevole ove sviluppare la propria creatività (donna che lavora la creta, con chiara citazione dal film Ghost), ove essere curati e assistiti (riabilitazione attenta), dove non si è mai soli (mensa con il cameriere vestito da medico), ove è curata la qualità dell’accoglienza (sul fondo un corridoio simil-ospedaliero). «Una pacchia», direbbe qualcuno. «Chissà quanto si beccano di retta?», si chiederebbe talaltro.
E poi il contrappunto: prima Giulia, così si chiama la poverina, viveva a casa (interni semibui e finestre chiuse), sola e disperata (Giulia con occhiaie e mano tremante): ma ora non vuole più tornare indietro! Ha visto la luce, ha trovato la serenità fra mura incantate.
Niente da eccepire: la clip è costruita bene, girata meglio e recitata a dovere da una brava attrice. Ininfluente sottolineare che non sia affatto disabile. Forse non hanno trovato o cercato una donna con disabilità che sapesse persino recitare se stessa. E poi costei offre garanzia ed esperienza anche nel campo della pubblicità; ha già girato spot per Sky, Polase, Unicredit, Grana Padano e altro. Questo prodotto commerciale si aggiunge al suo curriculum che ci auguriamo si allunghi.Il messaggio funziona e arriverà senz’altro, godendo dell’enorme visibilità attraverso i canali Mediaset, con soddisfazione e rafforzamento della Fondazione Sacra Famiglia. E con le conseguenti ancor più congrue convenzioni, auguriamo loro.

Noi, forse perché eccessivamente condizionati dalla lettura di quella Convenzione ONU  sui Diritti delle Persone con Disabilità, rosichiamo alquanto per non aver saputo produrre e diffondere messaggi altrettanto forti ed efficaci e a diffonderli come Cristo comanda, per scalzare proprio quel retropensiero che ci appare sempre più fastidioso ad ogni nuova visione della clip.
L’avremmo montata al contrario la nostra clip, con la vera angoscia rappresentata dentro strutture segreganti, dentro luoghi speciali che nulla hanno a che spartire con i servizi per l’abitare rispettosi della libertà individuale di esercitare le proprie scelte, di scegliere dove vivere e con chi vivere. Avremmo messo in video la gioia autentica, non artefatta a beneficio della camera, di chi può mantenere la propria autonomia, l’indipendenza propria, a casa propria, con appropriati sostegni.
Non stiamo perdendo solo una battaglia mediatica che distorce la visione, deposita nuove convinzioni, cristallizza luoghi comuni, mummifica prassi, riporta la disabilità nell’alveo sanitario. E che arrichisce alcuni a discapito di altri. Stiamo cedendo il passo alla cultura dei luoghi speciali, novella formula dell’isolamento, della segregazione, cultura che vellica e convince alla fine anche alcuni fra noi. La cultura della rinuncia a poter vivere, con l’intelligente sostegno di una comunità civile, un’esistenza in luoghi e modi normali.
Fra la gente, con la gente.
Non con un cameriere vestito da medico.

Sorgente: Sta vincendo la cultura dei luoghi speciali

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Categoria: Iniziative, Segregazione