Donne disabili vittime di violenza

12 Aprile 2017

ROMA – Sonia sembrava aver trovato tutto quello che cercava nella vita. Sua madre era morta per via del parto e lei aveva subito una sofferenza fetale, che le aveva provocato una grave disabilità. Eppure ce l’aveva messa tutta e all’età di 18 anni, grazie a un progetto di formazione lavoro, era riuscita a trovare un’occupazione in un supermercato come scaffalatrice, iniziando a mantenere se stessa e suo padre. Era proprio quest’ultimo che veniva a prenderla all’uscita dal lavoro, ma un giorno la stessa Sonia gli aveva chiesto di non venire più. Si era innamorata di Francesco e la cosa più importante era che lui la ricambiava: nessuno le aveva mai dedicato attenzioni fino a quel momento, sentirsi amata era meraviglioso. Per questo si fidò di quell’uomo e lui venne presto a vivere nella casa del padre.

Dopo un mese di convivenza la ragazza era già incinta e a questo punto sembrava davvero vicina a coronare tutti i suoi sogni: non solo aveva accanto un compagno che l’amava, ma sarebbe diventata madre, in barba ai foschi pronostici delle sue compagne di scuole che avevano sempre insistito sulla sua impossibilità di mettere al mondo un figlio, perché sarebbe nato disabile proprio come lei. Il sogno, però, comincia a offuscarsi già durante la gravidanza. Francesco non è più quello di prima: ha atteggiamenti violenti, la umilia, le sottrae perfino i soldi che guadagna. Il figlio nasce, lei tira avanti come può, fino a quando si rivolge al centro antiviolenza gestito dall’associazione romana Differenza donna dove, oltre al sostegno legale, trova ascolto e aiuto nell’elaborazione del trauma nato dalla violenza subita.

Oggi Sonia è andata a vivere in un’altra città, dove ha ricominciato da zero con il proprio bambino. La sua storia è una di quelle raccontate dall’inchiesta della rivista SuperAbile Inail. Ma la sua è solo una delle tante storie di violenza che colpiscono le donne, e in particolare quelle con disabilità, nel nostro Paese. Gli ultimi dati Istat disponibili (2014) dicono che quasi una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, ma la percentuale sale al 70% in presenza di qualche tipo di disabilità. E le cose non vanno meglio quando si tratta di stupro o tentato stupro, un’esperienza che ha provato il 10% delle donne disabili italiane, contro il 4,7% di quelle senza problemi.

“Gli uomini violenti approfittano della condizione di disabilità per esercitare il proprio potere e aumentare il senso di forza”, conferma Rosalba Taddeini, psicologa e referente dello sportello sulle discriminazioni multiple di Differenza donna, di fatto oggi tra le massime esperte sul fenomeno della violenza contro le donne disabili in Italia. «Dalla nostra esperienza – precisa – sappiamo che quando una donna ha una disabilità fisica, sensoriale o cognitiva è più esposta al rischio di subire violenza e la sua vulnerabilità aumenta in condizioni di emarginazione, esclusione, segregazione e dipendenza».

Dal 2012 Rosalba Taddeini investe tutte le proprie energie nella lotta contro questo fenomeno tanto odioso quanto subdolo e nascosto. Con le sue colleghe di Differenza donna condivide l’approccio femminista alla questione ed è convinta che la violenza contro le donne, siano esse disabili o meno, rappresenti l’atto più estremo della sopraffazione maschile a livello sociale e culturale. “Le storie di violenza si somigliano tutte”, afferma. Eppure lei e le altre operatrici dell’associazione sono state tra le prime a riconoscere una particolare specificità quando si tratta di donne disabili. “La nostra è un’associazione di tutte le donne e per tutte le donne – racconta -. Ma negli anni abbiamo cominciato a insospettirci e a chiederci perché un fenomeno tanto diffuso emergesse così difficilmente tra le donne con una disabilità”.

Questa riflessione è stata solo il primo passo di un lungo lavoro di analisi e autoanalisi, che in cinque anni ha dato i suoi frutti. Non solo numerosi convegni e altri momenti di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma anche la cosiddetta “presa in carico” di 62 donne, provenienti dalle esperienze più svariate: maltrattamenti e violenze subiti tra le mura domestiche, nei parchi pubblici e in case di accoglienza, tra cui spiccano alcune situazioni di induzione alla prostituzione coatta e un caso di matrimonio forzato.

Arrivare a questi risultati non è stato semplice: per prima cosa è stato necessario partire dal riconoscimento della stessa presenza di una disabilità, cosa meno scontata di quello che si potrebbe credere. “In Italia le donne disabili sono circa un milione e 700mila, il 3,7% della popolazione totale – spiega la psicologa -. Ma nella nostra esperienza il dato risulta sottostimato: il 20% delle donne con disabilità intellettiva, motoria e sensoriale che abbiamo accolto nel nostro centro antiviolenza non aveva fatto nessun percorso di riconoscimento della propria condizione. Questo ci porta a sostenere che, soprattutto rispetto ai deficit cognitivi, esiste un sommerso non segnalato neppure durante il percorso scolastico e, se segnalato, non viene riconosciuto dalle famiglie”.

D’altra parte negli stessi centri antiviolenza lavorano molte donne che vivono loro stesse l’esperienza della disabilità sulla propria pelle. Si tratta di deficit di vario tipo, rispetto ai quali non sempre hanno compiuto un percorso di consapevolezza. “Prima di cominciare questa avventura è stato necessario guardare noi stesse ? racconta Rosalba ?. Anche io ho una disabilità con cui devo fare i conti: non è facile dirselo chiaramente e analizzare lucidamente gli effetti sulla propria esistenza. Ma guardare con onestà nelle nostre vite ci ha aiutato a comprendere quelle delle altre donne e a renderci conto che, a volte, ai margini di una situazione disagiata emergeva una disabilità non dichiarata”.

Le donne, tuttavia, continuavano a non arrivare. E così le operatrici di Differenza donna hanno deciso di fare un ulteriore passo avanti: andarle a cercare nei luoghi che esse frequentavano. Da qui la nascita di accordi con alcune associazioni romane come Il Ponte e La lampada dei desideri, oppure strutture di riabilitazione come il Don Guanella. “Organizziamo gruppi di sensibilizzazione a cui prendono parte soprattutto donne con disabilità intellettiva. Per poter comunicare con loro per prima cosa abbiamo dovuto cambiare il nostro linguaggio, rendendolo più semplice e più immediato. In questo modo siamo riuscite a parlare di tutto e loro ci hanno raccontato le brutte esperienze che hanno vissuto: adescamenti sui social network e nei luoghi pubblici, induzione ad atti sessuali non voluti, stupri veri e propri”.

Oggi oltre due donne su tre di quelle che approdano allo sportello sulle discriminazioni multiple di Differenza donna hanno un deficit intellettivo, una su quattro ha una disabilità fisica e una piccola fetta ha entrambi i tipi di problemi. Oltre il 65% arriva attraverso i servizi sociali e sanitari territoriali, il 30% vive in una struttura riabilitativa e più di nove su dieci hanno attivato un percorso legale contro chi gli ha inflitto violenza. E tra gli obiettivi raggiunti vi è anche la segnalazione e la conseguente chiusura, da parte delle forze dell’ordine, di una casa famiglia, dove una ragazza subiva maltrattamenti.

Sintetizzare le ragioni per cui un fenomeno di questo tipo sia così frequente e diffuso non è semplice, ma Rosalba Taddeini ci prova lo stesso: “Alle donne con disabilità viene indirettamente insegnata la condiscendenza, cioè a dire sì a tutto, per renderne più facile la gestione. Ciò le espone maggiormente al rischio di soprusi e maltrattamenti. Molte donne che incontro mi riferiscono di aver subito violenza da parte di coloro di cui si fidavano di più, come familiari, operatori sanitari, forze dell’ordine e spesso da individui conosciuti sui social”.

E poi le donne con disabilità non vengono educate all’affettività e alla sessualità, e spesso non sono in grado di riconoscere e stabilire confini alla propria intimità fisica e psicologica. In parole povere, non sanno distinguere un gesto amichevole o un trattamento sanitario da un vero e proprio abuso sessuale. Come è accaduto a Emanuela, una giovane donna con tetraparesi spastica, che ha subito violenza da parte del proprio fisioterapista. Insieme alla madre Paola ha raccontato la propria storia nel corso di un convegno intitolato “Ferite dimenticate: prospettive di genere sulla violenza sociale”, organizzato da Differenza donna insieme all’Università britannica di Kent lo scorso giugno, di cui sono stati da poco pubblicati gli atti.

All’epoca Emanuela era ancora minorenne e temeva che la rigidità fisica di cui soffriva in quel periodo le avrebbe impedito di andare a cavallo, la sua più grande passione. Facendo leva su questa paura, l’uomo le aveva proposto una “tecnica di respirazione” che l’avrebbe riportata in sella. “All’inizio mi dava dei bacetti sulla guancia, sembrava affettuoso con me, e mi ha detto che siccome io non respiravo bene dovevo usare questa tecnica di respirazione”, ha spiegato la ragazza. Poi i baci si sono trasformati in richieste più spinte fino alla consumazione di un atto sessuale completo. “Per noi donne con disabilità fisica la riabilitazione è di vitale importanza e quindi dentro di me non sapevo come dirlo, perché il terapista mi aveva fatto credere che fosse una terapia, non sapevo che era una violenza sessuale”.

È passato qualche tempo prima che sua madre capisse quanto accaduto. Decidere di affrontare un processo non è stato né semplice né indolore, ma alla fine “ce l’abbiamo fatta, perché noi crediamo che la violenza vada denunciata, perché più si sta zitte e più si subisce”, ha ricordato Paola. Tra le paure c’era anche quella che Emanuela non fosse creduta. La ragazza si è dovuta, infatti, sottoporre a una perizia da parte di una psicologa nominata dal Tribunale per stabilire che la sua testimonianza fosse attendibile, e solo dopo è stato celebrato il processo. In seguito l’uomo è stato condannato, e madre e figlia hanno fondato insieme un’associazione di volontariato nel quartiere romano della Magliana dove, tra le altre cose, hanno creato una casa editrice di libri per bambini portata avanti da ragazzi disabili.

Le cose sono state più complicate per Marta, oggi 32enne con disabilità intellettiva, che non ha trovato ascolto per anni. In seguito all’abbandono di un marito violento nei confronti della moglie e dei figli, sua madre si è trasferita a casa di un amico dove la famiglia è rimasta per molti anni. “Quando mamma stava fuori per lavoro, Giorgio si approfittava di me – ricorda Marta -. Ho raccontato questa situazione alla mia psicologa, ma non mi ha creduto per tanto tempo”.

Ci sono voluti 20 anni perché la psicologa chiamasse il Centro antiviolenza di Differenza donna per capire quale fosse la procedura per capire se una ragazza con disabilità intellettiva dicesse o meno la verità. Il Centro le ha consigliato di inoltrare la segnalazione al Tribunale, ha fatto entrare Marta in una struttura di riabilitazione e l’ha sostenuta con supporto legale e psicologico. Oggi che quell’uomo è in carcere, lei si sente libera. “Sono felice di essere stata finalmente creduta, dopo tantissimo tempo – dice -. Da cinque anni sto facendo un percorso di uscita dalla violenza con le operatrici di Differenza donna. Il mio desiderio più grande? Avere una famiglia”.

Purtroppo il caso di Marta è tutt’altro che isolato. “Questo è il dramma che vive la maggior parte delle donne con disabilità intellettive o malattie psichiatriche – avverte Rosalba Taddeini -. Si minimizzano le violenze che hanno subito, lasciandole esposte a ulteriori abusi. Si tende a credere che abbiano una sessualità incontrollata o un’incontrollata fantasia e, di conseguenza, si ignorano o banalizzano le loro richieste di aiuto”.

A Brescia dal 2014 l’associazione Marcoli, dedicata alle problematiche della sordità in età evolutiva, organizza ogni anno un corso per donne sorde, che ha come scopo il rafforzamento dell’identità. “Negli anni mi è capitato di ascoltare molti racconti sulle scuole chiuse per sordi negli anni Cinquanta e Sessanta, dove qualche educatore utilizzava forme eccessive di coercizione nei confronti delle allieve – sottolinea la psicoterapeuta Marisa Bonomi, in rappresentanza del comitato scientifico dell’associazione -. E come psicologa scolastica ho seguito personalmente la storia di due fratelli sordi appartenenti a una famiglia di delinquenti: la madre udente era stata abusata dal proprio padre, a cui aveva poi permesso di maltrattare i nipoti, fino all’avvio alla prostituzione della figlia minorenne. Alla fine quest’uomo è stato arrestato e ha trascorso alcuni anni in carcere”.

La maggior parte delle donne che frequentano i corsi organizzati dall’associazione non hanno subito abusi o molestie, ma rappresentano comunque soggetti vulnerabili. “Si inizia finalmente a parlare di violenza sulle donne disabili, aprendo così uno spiraglio su una realtà per molto tempo sottovalutata, banalizzata, negata. Ma ben poco spazio viene dato dai mass media e dalle istituzioni alla prevenzione di questo triste e grave fenomeno”, prosegue la psicoterapeuta. In altre parole, si lavora sui percorsi di fuoriuscita dalla violenza, ma quasi mai “ci si interroga su cosa fare per impedire alla radice questi abusi in cui la donna spesso è connivente fino al punto da difendere il proprio aggressore”. Spesso le donne disabili sono vittime fin dall’infanzia di una violenza psicologica, più o meno subdola. “La donna sorda è portata facilmente ad avere una scarsa considerazione di sé, a non sentirsi persona degna di attenzione e di affetto: così, a fronte dell’aggressione di un uomo che dice di amarla, può non ribellarsi e diventare una vittima facile e indifesa”. Per Marisa Bonomi occorre invece costruire un’immagine positiva di sé fin dall’infanzia e diventare più padrone della propria vita. Perché, una volta innescata, rompere la spirale della mancanza di autostima, della solitudine e della violenza reale o possibile non è sempre facile. E allora, come accade a Brescia o negli incontri romani organizzati da Differenza donna, il gruppo può diventare il luogo per confrontare esperienze ed emozioni, riscoprendo risorse e potenzialità. Insomma, quando la forza di una donna sola non basta, tutte insieme è più semplice. (Antonella Patete)

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